Violenza ostetrica: quando il parto diventa un'esperienza traumatica

Durante la gravidanza molte donne si preparano al parto con corsi, libri e racconti di altre madri, costruendo nella mente l’idea di un giorno faticoso ma anche emozionante e pieno di significato.

Quando quel momento arriva, però, non sempre le cose vanno come previsto. L’ingresso in ospedale può trasformarsi in un’esperienza diversa da quella immaginata: procedure fatte senza spiegazioni, decisioni prese senza un vero coinvolgimento della donna, mentre il “piano del parto” resta inutilizzato.

Quando mamma e bambino tornano a casa può sembrare che sia andato tutto bene, ma dentro possono emergere confusione, tristezza, rabbia o un vuoto difficile da spiegare.
E in questi casi si può aver subito violenza ostetrica, a volte senza saperlo.

Che cos’è davvero la violenza ostetrica

Il termine può sembrare forte, ma non si riferisce necessariamente a gesti intenzionalmente crudeli da parte del personale sanitario. Nella maggior parte dei casi si tratta di un problema sistemico, legato a pratiche ospedaliere ormai normalizzate.

La definizione più diffusa descrive la violenza ostetrica come l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del sistema sanitario.

In pratica succede quando la donna smette di essere protagonista del proprio parto e diventa solo un “caso clinico”.

Questo può manifestarsi in diversi modi:

  1. Violenza fisica: alcune manovre invasive o dolorose vengono eseguite senza consenso o senza spiegazioni. Un esempio è la manovra di Kristeller (pressione sull’addome per accelerare il parto) o l’episiotomia (incisione chirurgica del perineo) praticate senza aver ottenuto il consenso della paziente.
  2. Violenza verbale: commenti sminuenti e che giudicano il dolore della donna come “non urlare”, “non sei capace di spingere” o “se non collabori sarà peggio.”
    In un momento di estrema vulnerabilità, queste parole possono lasciare ferite profonde.
  3. Violenza psico-affettiva: può accadere che al partner venga impedito di entrare senza una reale necessità medica, oppure che venga negato il contatto pelle a pelle con il neonato subito dopo la nascita. Anche far sentire la madre “sbagliata” o incapace rientra in questa forma di violenza.

Le ricerche indicano che circa il 20% delle madri in Italia riferisce di aver vissuto un’esperienza di parto percepita come traumatica o irrispettosa.

Eppure, spesso queste storie rimangono invisibili.

Il sistema ospedaliero soffre di una sorta di "punto cieco": si concentra solo sulla salute fisica del bambino. Se il neonato sta bene e non ci sono complicazioni mediche gravi, l’evento viene classificato come un parto riuscito.

Ma la domanda è: come sta la madre?

Il parto non è solo un evento biologico. È un’esperienza emotiva e psicologica. Ignorare questa dimensione significa lasciare molte donne sole con il loro vissuto.

Le ferite invisibili: DPP e DPTS

Il corpo non è l’unica cosa che deve guarire dopo il parto, anche la mente ha bisogno del suo tempo. La letteratura scientifica ha evidenziato un legame diretto tra la violenza ostetrica e lo sviluppo di due disturbi principali: la depressione post-partum (DPP) e il disturbo da stress post-traumatico (DPTS).

Il trauma del parto (a volte chiamato "birth rape") può essere paragonato, per impatto emotivo, a quello di una vittima di stupro. Molte donne rivivono l’esperienza attraverso flashback, incubi o pensieri intrusivi.

Altre evitano completamente di parlare del parto perché solo ricordarlo provoca dolore.
C’è poi un ostacolo culturale molto potente: il mito della “buona madre”.

La società racconta che, se il bambino sta bene, la madre deve essere solo felice. Questo crea un enorme senso di colpa nelle donne che invece provano rabbia, tristezza o delusione. Spesso questo silenzia le donne che vivono il loro dolore come un “fallimento della femminilità”.

Alcune donne arrivano perfino a decidere di non avere altri figli per paura di rivivere il parto.

Quali passi intraprendere

Ci sono alcuni step che possono aiutare a elaborare l’esperienza:

  1. Dare un nome a quello che è successo: riconoscere che quello che hai subito è stata una violenza o un trattamento irrispettoso è il primo passo per smettere di colpevolizzarti.
  2. Cercare un supporto specializzato: parlarne con uno psicoterapeuta o con uno psicologo con formazione perinatale può essere molto utile. In terapia è possibile rielaborare l’esperienza e riappropriarsi della propria storia.
  3. Favorire il contatto con il bambino: il contatto pelle a pelle e l’allattamento precoce sono fattori protettivi importanti. Aiutano a rafforzare il legame madre-figlio e possono contribuire a riparare un rapporto iniziato con difficoltà.
  4. Informarsi per il futuro: se si pensa a una nuova gravidanza, preparare un piano del parto può aiutare a sentirsi più partecipi e consapevoli. Anche se non sempre viene seguito alla lettera, è uno strumento utile per comunicare bisogni e preferenze.
  5. Coinvolgere il partner: il supporto del partner o di una persona di fiducia è fondamentale. Durante il parto può diventare una figura di mediazione con il personale sanitario, soprattutto nei momenti in cui la donna è più vulnerabile.

Conclusione

Il parto non è solo un evento medico. È una transizione profonda nella vita di una donna, piena di significati emotivi, culturali e personali. Parlare di violenza ostetrica non significa attaccare il personale sanitario, ma rompere un tabù e aprire uno spazio di consapevolezza su pratiche che spesso vengono date per scontate.

Per troppo tempo l’espressione “è andato tutto bene” ha significato semplicemente “siete sopravvissuti”. Oggi si può fare un passo in più.

Serve rimettere la donna al centro, facendola sentire ascoltata, rispettata e coinvolta nel momento in cui dà alla luce suo figlio.

Perché una madre che si sente rispettata non è solo una paziente più serena, ma è una donna che può iniziare il viaggio della maternità con più forza, fiducia e gioia.

Bibliografia

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