“Siamo tutti un po’ psicologi” e abbiamo tutti una diagnosi: il danno del gergo terapeutico sui social

Non siamo mai stati così consapevoli di noi stessi, o almeno così sembra da come ci esprimiamo. "Gaslighting", "love bombing", "attaccamento evitante"... il linguaggio psicologico ha assediato le nostre conversazioni. Ma questa democratizzazione dei termini clinici ci sta davvero aiutando, o ci sta rendendo analfabeti emotivi?

La patologizzazione della normalità

Cercare di capire e usare termini psicologici è un bene, se pensiamo che aiuti a far circolare consapevolezza sulla salute mentale. Dobbiamo però renderci conto che questa tendenza risponde anche a due bisogni precisi: da una parte, quello di sentirci in controllo delle nostre relazioni; dall’altra, l'esigenza di definirci e trovare un'identità. In questo esibizionismo di psicologismi, finiamo per perderci il normale spettro dell’esperienza umana: sentirsi radicalmente diversi o bizzarri, provare tristezza o rabbia intense, vivere travagli relazionali o, semplicemente, comportarci in modo disallineato rispetto ai nostri standard.

Il bisogno di controllo

Dovremmo smussare quell'illusione di onnipotenza che abbiamo rispetto al poterci definire. Se è vero che siamo i massimi esperti di ciò che proviamo soggettivamente, questo non ci rende psicologi: leggere un post su una diagnosi non dà a nessuno la competenza per formularne una, nemmeno su se stessi. Altrimenti, la democratizzazione della psicologia si trasforma in un circuito chiuso che taglia fuori il vero professionista della salute mentale, lasciandoci confinati in un soliloquio di autoaffermazione fine a se stesso. È il paradosso perfetto: l'idea originale di diffondere il sapere psicologico era aprire all'autocritica e al cambiamento, non trovare etichette per restare esattamente come siamo.


C'è una profonda contraddizione in tutto questo: da una parte abbiamo la pretesa di sapere ciò che non sappiamo, dall'altra non ci sentiamo più capaci di affidarci alla nostra pancia. Questa tendenza, infatti, riflette una paradossale mancanza di fiducia nel nostro sentire. Preferiamo appoggiarci a categorie precostituite per valutare ciò che viviamo: stabiliamo che un ex è narcisista se fa una determinata cosa, o che una relazione è abusiva se si spunta una specifica casella. Invece di abitare il nostro dolore o la nostra confusione, andiamo in delega. Sostituiamo l'ascolto di noi stessi con un codice interpretativo già scritto.

La sana via di mezzo tra divulgazione e delega

Da psicologa, specifico che questo mio ragionamento è in assoluta difesa del nostro sapere. Non voglio certo che la psicologia resti trincerata dietro la cattedra di dotti sapienti che custodiscono la verità assoluta; la divulgazione è sacrosanta, ma a patto che questo materiale venga maneggiato per guardarsi dentro veramente. Ragione per cui sono convinta che valutare determinati nodi di sé e della propria vita richieda una relazione terapeutica all'interno di una specifica cornice, mentre lo scrolling si rivela fondamentalmente inadeguato. Psicologizzare sé e gli altri in autonomia ci rassicura, ma allo stesso tempo ci deresponsabilizza.

Il mio invito, quindi, è di approcciare i contenuti psicologici online con curiosità, ma tenendo i piedi per terra e senza mai perdere di vista la complessità della nostra soggettività. Impariamo a limitare queste spinte a una dimensione più leggera e scherzosa (un meme può far sorridere e persino accendere un'intuizione), ma non trasformiamole nelle fondamenta rigide su cui interpretare e spiegare interamente chi siamo.

Scritto da Emma Ciciulla
Psicologa in formazione
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