G.A.P - Giulia Amandolesi psicologa

Sentirsi dire "esci, fatti una corsa, vedrai che ti passa" quando sei nel bel mezzo di un episodio di depressione è, diciamocelo chiaramente, irritante. Suona come un suggerimento superficiale, quasi offensivo, dispensato da chi non ha idea di cosa significhi sentire il peso del mondo sulle palpebre appena svegli.

Ma qual è il vero rapporto tra salute mentale e attività fisica? Esiste una base scientifica o è solo l'ennesimo cliché del benessere tossico?

Il paradosso della depressione

La prima, enorme barriera è di natura clinica. Uno dei sintomi cardine della depressione è l'anedonia unita a una paralizzante mancanza di energie (astenia). Chiedere a una persona depressa di fare attività fisica è come chiedere a qualcuno con una gamba fratturata di scalare l'Everest: manca proprio il carburante per avviare il motore.

Questa è la fregatura: la depressione ti toglie esattamente ciò che ti servirebbe per stare meglio. La frustrazione che deriva da questo consiglio dipende proprio da questo motivo.

Eppure, superata la barriera del "come inizio?", i dati ci dicono che non stiamo parlando di un semplice coadiuvante alla terapia, ma di qualcosa che può apportare benefici notevoli.

Cosa dice la scienza su attività fisica e depressione

Recenti studi hanno gettato nuova luce sull'efficacia dell'esercizio fisico come trattamento complementare della depressione. È importante però delineare alcune caratteristiche necessarie affinché possa essere davvero funzionale.

Inoltre, una ricerca che ha analizzato l'impatto dell'attività fisica sugli studenti universitari post-pandemia ha trovato una correlazione inversa significativa: più ti muovi, meno sei depresso.

In particolare, l'attività fisica di moderata intensità è emersa come il fattore ottimale per alleviare i sintomi depressivi, specialmente in contesti di forte stress accademico e sociale.

Non un sostituto, ma un pilastro

Le ricerche sono piuttosto chiare: l'attività fisica dovrebbe essere considerata un trattamento d'elezione per gli stati depressivi.

Certamente l'esercizio non corrisponde a una soluzione magica, ma è un tassello inserito in un contesto di cura più ampio.

Il segreto non è correre una maratona, ma iniziare a scardinare quell'inerzia biologica, un passo (o una posizione di yoga) alla volta, senza colpevolizzarsi se oggi il massimo traguardo è stato arrivare al portone di casa.

Bibliografia

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Durante la gravidanza molte donne si preparano al parto con corsi, libri e racconti di altre madri, costruendo nella mente l’idea di un giorno faticoso ma anche emozionante e pieno di significato.

Quando quel momento arriva, però, non sempre le cose vanno come previsto. L’ingresso in ospedale può trasformarsi in un’esperienza diversa da quella immaginata: procedure fatte senza spiegazioni, decisioni prese senza un vero coinvolgimento della donna, mentre il “piano del parto” resta inutilizzato.

Quando mamma e bambino tornano a casa può sembrare che sia andato tutto bene, ma dentro possono emergere confusione, tristezza, rabbia o un vuoto difficile da spiegare.
E in questi casi si può aver subito violenza ostetrica, a volte senza saperlo.

Che cos’è davvero la violenza ostetrica

Il termine può sembrare forte, ma non si riferisce necessariamente a gesti intenzionalmente crudeli da parte del personale sanitario. Nella maggior parte dei casi si tratta di un problema sistemico, legato a pratiche ospedaliere ormai normalizzate.

La definizione più diffusa descrive la violenza ostetrica come l’appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del sistema sanitario.

In pratica succede quando la donna smette di essere protagonista del proprio parto e diventa solo un “caso clinico”.

Questo può manifestarsi in diversi modi:

  1. Violenza fisica: alcune manovre invasive o dolorose vengono eseguite senza consenso o senza spiegazioni. Un esempio è la manovra di Kristeller (pressione sull’addome per accelerare il parto) o l’episiotomia (incisione chirurgica del perineo) praticate senza aver ottenuto il consenso della paziente.
  2. Violenza verbale: commenti sminuenti e che giudicano il dolore della donna come “non urlare”, “non sei capace di spingere” o “se non collabori sarà peggio.”
    In un momento di estrema vulnerabilità, queste parole possono lasciare ferite profonde.
  3. Violenza psico-affettiva: può accadere che al partner venga impedito di entrare senza una reale necessità medica, oppure che venga negato il contatto pelle a pelle con il neonato subito dopo la nascita. Anche far sentire la madre “sbagliata” o incapace rientra in questa forma di violenza.

Le ricerche indicano che circa il 20% delle madri in Italia riferisce di aver vissuto un’esperienza di parto percepita come traumatica o irrispettosa.

Eppure, spesso queste storie rimangono invisibili.

Il sistema ospedaliero soffre di una sorta di "punto cieco": si concentra solo sulla salute fisica del bambino. Se il neonato sta bene e non ci sono complicazioni mediche gravi, l’evento viene classificato come un parto riuscito.

Ma la domanda è: come sta la madre?

Il parto non è solo un evento biologico. È un’esperienza emotiva e psicologica. Ignorare questa dimensione significa lasciare molte donne sole con il loro vissuto.

Le ferite invisibili: DPP e DPTS

Il corpo non è l’unica cosa che deve guarire dopo il parto, anche la mente ha bisogno del suo tempo. La letteratura scientifica ha evidenziato un legame diretto tra la violenza ostetrica e lo sviluppo di due disturbi principali: la depressione post-partum (DPP) e il disturbo da stress post-traumatico (DPTS).

Il trauma del parto (a volte chiamato "birth rape") può essere paragonato, per impatto emotivo, a quello di una vittima di stupro. Molte donne rivivono l’esperienza attraverso flashback, incubi o pensieri intrusivi.

Altre evitano completamente di parlare del parto perché solo ricordarlo provoca dolore.
C’è poi un ostacolo culturale molto potente: il mito della “buona madre”.

La società racconta che, se il bambino sta bene, la madre deve essere solo felice. Questo crea un enorme senso di colpa nelle donne che invece provano rabbia, tristezza o delusione. Spesso questo silenzia le donne che vivono il loro dolore come un “fallimento della femminilità”.

Alcune donne arrivano perfino a decidere di non avere altri figli per paura di rivivere il parto.

Quali passi intraprendere

Ci sono alcuni step che possono aiutare a elaborare l’esperienza:

  1. Dare un nome a quello che è successo: riconoscere che quello che hai subito è stata una violenza o un trattamento irrispettoso è il primo passo per smettere di colpevolizzarti.
  2. Cercare un supporto specializzato: parlarne con uno psicoterapeuta o con uno psicologo con formazione perinatale può essere molto utile. In terapia è possibile rielaborare l’esperienza e riappropriarsi della propria storia.
  3. Favorire il contatto con il bambino: il contatto pelle a pelle e l’allattamento precoce sono fattori protettivi importanti. Aiutano a rafforzare il legame madre-figlio e possono contribuire a riparare un rapporto iniziato con difficoltà.
  4. Informarsi per il futuro: se si pensa a una nuova gravidanza, preparare un piano del parto può aiutare a sentirsi più partecipi e consapevoli. Anche se non sempre viene seguito alla lettera, è uno strumento utile per comunicare bisogni e preferenze.
  5. Coinvolgere il partner: il supporto del partner o di una persona di fiducia è fondamentale. Durante il parto può diventare una figura di mediazione con il personale sanitario, soprattutto nei momenti in cui la donna è più vulnerabile.

Conclusione

Il parto non è solo un evento medico. È una transizione profonda nella vita di una donna, piena di significati emotivi, culturali e personali. Parlare di violenza ostetrica non significa attaccare il personale sanitario, ma rompere un tabù e aprire uno spazio di consapevolezza su pratiche che spesso vengono date per scontate.

Per troppo tempo l’espressione “è andato tutto bene” ha significato semplicemente “siete sopravvissuti”. Oggi si può fare un passo in più.

Serve rimettere la donna al centro, facendola sentire ascoltata, rispettata e coinvolta nel momento in cui dà alla luce suo figlio.

Perché una madre che si sente rispettata non è solo una paziente più serena, ma è una donna che può iniziare il viaggio della maternità con più forza, fiducia e gioia.

Bibliografia

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PELLIZZARO, G. Partorire nel dolore: la violenza ostetrica come violenza psicologica tra tabù e abuso.

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Caterina e Marco sono seduti in un bar e dall’esterno sembrano la coppia perfetta.

Ad un certo punto il telefono di Caterina vibra. Marco sorride all’inizio, ma i suoi occhi si fanno improvvisamente seri: “Chi è a quest’ora? Fammi vedere”.

Caterina prova a scherzare, minimizza, però sente una stretta allo stomaco, una sensazione difficile da spiegare.

Spesso la violenza di genere comincia così. Non con un urlo o con uno schiaffo, ma con piccoli segnali che vengono scambiati per gelosia o per amore. Si insinua nella quotidianità, tra le mura di casa, proprio nei luoghi dove dovremmo sentirci più al sicuro.

Parlarne è fondamentale, perché riconoscere la violenza domestica e relazionale è il primo passo per interrompere una trama che, se ignorata, può diventare pericolosa.

Cos’è la violenza di genere?

Quando si parla di violenza di genere, si intende qualsiasi forma di violenza o abuso messa in atto contro una persona a causa della sua identità o espressione di genere, oppure che colpisce in modo sproporzionato un determinato genere.

Anche se la definizione include chiunque, è importante sottolineare che sono soprattutto le donne a esserne vittime. Le ricerche mostrano infatti che la maggior parte degli abusi, in particolare quelli che avvengono all’interno delle relazioni affettive, vede gli uomini come autori e le donne come vittime.

Non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno riconosciuto come una delle violazioni dei diritti umani più diffuse nel mondo. Alla base c’è una storica disuguaglianza di potere tra uomini e donne: la violenza diventa così uno strumento per esercitare controllo, causare sofferenza fisica e psicologica e mantenere una posizione di dominio.

Le diverse forme di violenza

Spesso alla base troviamo norme sociali rigide e una visione della mascolinità legata al dominio e al possesso. La relazione smette così di essere uno spazio di condivisione e si trasforma in un clima di paura.

Le conseguenze sulla salute mentale e fisica

La violenza di genere non lascia solo segni visibili. È un trauma che coinvolge profondamente salute fisica e salute mentale.

Dal punto di vista psicologico, molte vittime sviluppano depressione, ansia, pensieri suicidari e disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Nei casi di traumi prolungati può comparire un PTSD complesso (C-PTSD), caratterizzato da impotenza persistente, percezione di sé compromessa e disperazione.

Il corpo e la mente restano in modalità sopravvivenza, come se il pericolo fosse sempre presente. Studi di neuroimaging mostrano alterazioni in aree cerebrali coinvolte nella gestione della paura e delle emozioni, come amigdala e corteccia prefrontale.

Dal punto di vista fisico, oltre alle lesioni immediate, aumentano i rischi di dolore cronico, infezioni sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate e complicazioni in gravidanza.

La violenza di genere, quindi, non è solo un problema relazionale: è una questione di salute pubblica che coinvolge corpo, mente e qualità della vita.

Come fronteggiare e prevenire la violenza di genere

Ricostruire dopo la violenza

Guarire dalla violenza di genere è come tessere un nuovo arazzo. Il trauma lascia segni profondi, ma con il supporto adeguato è possibile sciogliere i nodi e costruire un’esistenza basata su rispetto, libertà e sicurezza.

Un futuro libero dalla paura non è un privilegio: è un diritto. Chiedere aiuto è il primo passo per riprendersi la propria voce.

Bibliografia

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Sinko, L., et al. (2022). Healing after gender-based violence.

Uvelli, A., et al. (2023). I correlati anatomo-funzionali della violenza.

Se a una cena tra amici qualcuno accusa un forte mal di testa, probabilmente tirerà fuori dalla borsa dell’ibuprofene, lo assumerà e la conversazione continuerà come se nulla fosse. È un gesto semplice, quasi invisibile.

Se invece la stessa persona, seduta a quel tavolo, sente l’ansia salire, il cuore accelerare, e dalla borsa estrae un flaconcino di gocce o una compressa di ansiolitico come lo Xanax, la scena cambia. Molto probabilmente si alzerà, cercherà il bagno, proverà a farlo senza attirare attenzione, per evitare sguardi curiosi o commenti fuori luogo.

Perché esiste questa differenza? Sono entrambi farmaci per stare meglio. Ma se quelli per il corpo sono neutri, quelli per la mente - gli psicofarmaci - portano con sé pregiudizi e paure. Questo carico ha un nome preciso: stigma sulla salute mentale.

L’ingresso degli psicofarmaci nella cura della mente

Per secoli il disagio mentale è stato interpretato in chiave morale o spirituale. Solo nel secondo dopoguerra la psichiatria ha iniziato a trasformarsi profondamente, anche a causa dell’elevato numero di reduci con sofferenze psichiche.

Negli anni '50 furono introdotti i primi psicofarmaci, inizialmente chiamati “tranquillanti” o “energizzanti”. Con il tempo vennero classificati in base alla funzione: antipsicotici, ansiolitici e antidepressivi. Si diffuse l’idea dello squilibrio chimico cerebrale e il farmaco venne proposto come regolatore della biochimica del cervello.

Questa innovazione rappresentò una svolta nella cura dei disturbi mentali, ma portò con sé un’etichetta: quella di “paziente psichiatrico”. Ancora oggi, nonostante l’uso diffuso di terapie farmacologiche per ansia, depressione e altri disturbi, parlarne resta un tabù, alimentato da immagini mediatiche distorte di persone “imbottite di farmaci”.

I benefici della terapia farmacologica

Assumere una terapia farmacologica per la salute mentale significa darsi la possibilità di migliorare il proprio funzionamento quotidiano e ridurre sintomi che rendono la vita estremamente faticosa.

Molte persone riferiscono maggiore lucidità, umore più stabile, riduzione di pensieri intrusivi o impulsività. Nei momenti acuti, un trattamento con antidepressivi o ansiolitici può fare la differenza tra sentirsi sopraffatti e riuscire a mantenere un equilibrio.

I benefici si riflettono nello studio, nel lavoro e nelle relazioni: migliorano le prestazioni, si riduce l’assenteismo e si recupera la capacità di stare con gli altri e provare piacere. Inoltre, le nuove generazioni di psicofarmaci sono generalmente più sicure e meglio tollerate rispetto al passato.

Stigma e auto-stigmatizzazione: l’ostacolo invisibile

Se i benefici sono così evidenti, perché iniziare o proseguire una terapia non è sempre una scelta automatica? Tra il sapere che un farmaco può aiutare e il decidere di assumerlo si inserisce qualcosa di molto potente: lo stigma psichiatrico.

Lo stigma è un’etichetta negativa che riduce una persona a un solo aspetto della sua identità. Nel caso dei disturbi mentali, questa etichetta assume spesso una connotazione morale: debolezza, imprevedibilità, pericolosità.

Il problema più insidioso è l’auto-stigmatizzazione. Quando i pregiudizi vengono interiorizzati, influenzano pensieri e decisioni. Chi interiorizza lo stigma tende ad avere minore fiducia nel miglioramento, livelli più elevati di depressione, autostima più bassa e maggiore isolamento.

Il timore del giudizio può portare a rimandare le cure, interrompere la terapia farmacologica senza consultare il medico e vivere la propria condizione nel segreto. Così lo stigma diventa una gabbia che ostacola la guarigione.

Oltre i luoghi comuni sugli psicofarmaci

Lo stigma sugli psicofarmaci può essere modificato, ma richiede un lavoro su tre livelli: individuale, relazionale e sociale.

Livello individuale

Psicoeducazione e psicoterapia aiutano a comprendere il funzionamento dei farmaci e a ridurre la sensazione di diversità. Essere coinvolti nelle decisioni terapeutiche aumenta il senso di controllo e riduce la percezione di imposizione.

Livello relazionale

Un ambiente familiare e sociale informato rappresenta un importante fattore protettivo. Il confronto con persone che vivono esperienze simili riduce l’isolamento e favorisce empatia.

Livello sociale

È fondamentale promuovere un’informazione chiara su cosa siano i disturbi mentali e su come funzionino gli psicofarmaci, superando l’associazione automatica tra terapia psichiatrica e “pazzia”.

La cura non è una debolezza

Lo stigma si nutre di ignoranza e semplificazioni. Quando una persona può assumere la propria terapia con la stessa naturalezza con cui prende un’aspirina, lo stigma perde potere.

La terapia farmacologica, quando indicata, non è una sconfitta ma uno strumento di supporto. Per molte persone rappresenta la base che rende possibile la psicoterapia, il reinserimento sociale e la ripresa dei propri ruoli di vita.

Curare la propria salute mentale, anche con i farmaci quando necessari, è un atto di responsabilità verso se stessi e un passo concreto verso una vita più libera.

Bibliografia

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Scalini, C. Identità in pillole: consumo di psicofarmaci e implicazioni identitarie tra ospiti di servizi residenziali per la salute mentale.

Quando si entra in un giardino botanico si trovano tante tipologie di vegetazione: rose profumate, cactus resistenti, girasoli altissimi e delicate orchidee. Ogni pianta ha il suo modo di crescere, i suoi tempi, il suo bisogno specifico di luce e acqua.

Se un cactus non fiorisce come una rosa, non pensiamo che il cactus sia difettoso. Sappiamo semplicemente che il cactus ha bisogno di cure diverse.

Con il cervello umano accade qualcosa di molto simile. Ognuno di noi ha un “terreno” mentale unico, ma per molto tempo abbiamo continuato a usare le stesse istruzioni per tutti, come se in quel giardino dovessero esistere solo le rose.

È qui che entra in gioco il concetto di neurodivergenza, un termine che sta cambiando il modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.

Il paradigma della neurodiversità

Per anni, condizioni come autismo, ADHD o dislessia sono state descritte attraverso un modello medico che le considerava deficit da correggere.

Alla fine degli anni ’90 nacque invece il paradigma della neurodiversità, che propone un cambio di prospettiva radicale: le variazioni nel funzionamento cerebrale sono naturali e preziose quanto la biodiversità in natura.

Tre termini sono centrali in questo nuovo modo di guardare le differenze neurologiche:

Il punto, quindi, non è “guarire” una mente diversa, ma chiederci se il contesto – scolastico, lavorativo o sociale – sia adatto a quella specifica persona. Spesso sono le barriere ambientali a creare difficoltà, non il cervello in sé.

Neurodivergenze: punti di forza e sfide

Siamo stati a lungo abituati a concentrarci su ciò che una persona neurodivergente “non sa fare”. Ma cosa accade se iniziamo a osservare anche i suoi punti di forza?

Vivere in un mondo progettato principalmente per i neurotipici può portare al fenomeno del masking: lo sforzo continuo di adattarsi e “fingersi normali” per essere accettati. Questo adattamento forzato può generare stress cronico e burnout.

Tre bisogni fondamentali nella neurodivergenza

Molte difficoltà nel lavoro o nella vita quotidiana non dipendono dalla neurodivergenza in sé, ma dal mancato soddisfacimento di tre bisogni psicologici universali, descritti dalla Teoria dell’Autodeterminazione:

Autonomia

È la possibilità di scegliere come organizzare il proprio lavoro o studio. Per una persona neurodivergente può significare smart working, pause frequenti, uso di cuffie antirumore o strumenti compensativi come mappe concettuali.

Competenza

Sentirsi capaci di influenzare l’ambiente e raggiungere risultati significativi. Ambienti rigidi o test standardizzati possono oscurare talenti specifici, abbassando la percezione di efficacia personale.

Relazionalità

Il bisogno di sentirsi connessi e accettati. Molte persone neurodivergenti riportano elevati livelli di stress a causa di giudizi, incomprensioni o isolamento sociale.

Quando questi bisogni vengono soddisfatti – anche attraverso una terapia informata sulla neurodivergenza che valorizzi identità e orgoglio personale – il benessere aumenta in modo significativo.

Verso un giardino più inclusivo

Comprendere cosa significa essere neurodivergente vuol dire accettare che esistono diversi modi di funzionare, apprendere e contribuire alla società.

Se sei una persona neurodivergente, la tua differenza non è un errore, ma una caratteristica del tuo modo unico di fiorire. Se ti riconosci come neurotipico, puoi iniziare a guardare con curiosità chi elabora le informazioni in modo diverso e chiederti quale nuova prospettiva stia portando nel tuo “giardino”.

La neurodiversità non è un’eccezione: è una delle espressioni naturali della varietà umana.

Bibliografia

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Ritiro sociale e hikikomori: una realtà sempre più diffusa

Prova ad immaginare un adolescente intelligente e bravo a scuola. Un giorno, però, decide di non andare a lezione. Poi smette di uscire il sabato sera con gli amici.

Inizialmente i genitori pensano sia solo una fase di stanchezza, ma passano le settimane e lui si ritira sempre di più nella sua camera. Le serrande restano abbassate, i pasti vengono consumati davanti a un computer e l’unico contatto con il mondo esterno avviene attraverso uno schermo.

Non è "pigro" e non si sta divertendo: si è sigillato in una sorta di caverna virtuale per proteggersi da un mondo che sente come ostile o schiacciante.

Questa non è solo una storia isolata, ma la realtà di migliaia di giovani che vivono la condizione di hikikomori.

Che cos'è il disturbo hikikomori?

Il termine "hikikomori" nasce in Giappone alla fine degli anni '90, ma oggi è diventato un'emergenza sanitaria globale che tocca da vicino anche l'Italia. Non si tratta di una semplice scelta di solitudine, ma di un ritiro sociale prolungato che colpisce principalmente adolescenti e giovani adulti.

Come si riconosce un hikikomori?

Tre criteri fondamentali aiutano a identificare il disturbo da ritiro sociale:

Esistono diversi gradi di gravità: da casi lievi, con uscite sporadiche, a forme gravi, dove la persona non lascia nemmeno la propria stanza. All’inizio, il ritiro può apparire come un sollievo, ma col tempo emergono solitudine profonda e angoscia.

Perché si diventa hikikomori?

Il ritiro sociale negli adolescenti non nasce mai dal nulla. Spesso è il risultato di una combinazione di fattori psicologici, ambientali e relazionali.

Cause frequenti del ritiro sociale

Molti giovani hikikomori riferiscono:

Il disturbo spesso si accompagna ad altre problematiche psicologiche come:

Infine, il mondo digitale gioca un ruolo ambivalente: non è la causa, ma uno strumento di compensazione e socialità virtuale. Videogiochi, forum o chat diventano uno spazio protetto in cui sentirsi ancora “parte di qualcosa”.

Come affrontare l’hikikomori

Affrontare il ritiro sociale giovanile richiede pazienza, strategia e un lavoro di squadra tra terapeuti, famiglia e scuola. L’obiettivo non è forzare l’uscita, ma ricostruire la fiducia e il senso di sicurezza.

Strategie di intervento

Ricominciare è possibile

Il ritiro hikikomori non è un rifiuto della relazione, ma una sospensione temporanea del contatto sociale. È una reazione estrema a un ambiente percepito come intollerabile. L’obiettivo terapeutico non è spingere con la forza, ma offrire nuove condizioni in cui tornare ad aprirsi al mondo diventi sostenibile e possibile.

Bibliografia

Gaebel, W., Falkai, P., & Hasan, A. (2020). The revised German evidence‐and consensus‐based schizophrenia guideline. World Psychiatry, 19(1), 117.

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Sakai, M., Yoshinaga, N., Thew, G. R., & Clark, D. M. (2024). Successful remote treatment of a client with Hikikomori using internet-delivered cognitive therapy for social anxiety disorder: a case report. Frontiers in Psychiatry, 15, 1368722.

Teo, A. R. (2010). A new form of social withdrawal in Japan: a review of hikikomori. International journal of social psychiatry, 56(2), 178-185.

Tutti pensiamo che controllare serva a rassicurarci. In realtà, per alcune persone, controllare è l'inizio dell'incubo. Succede quando il dubbio smette di essere un segnale d'allarme utile e diventa un parassita. Ti ritrovi davanti ai fornelli per la decima volta in mezz'ora: sai benissimo che il gas è chiuso, lo vedi, lo senti sotto le dita. Ma la tua mente ha deciso che non puoi fidarti della realtà. Benvenuti nel meccanismo del disturbo ossessivo compulsivo (DOC), dove la sicurezza non si raggiunge mai, a prescindere da quante volte torni indietro a controllare.

Capire il disturbo ossessivo compulsivo (DOC)

Il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo psicologico caratterizzato da due protagonisti principali: le ossessioni e le compulsioni.

Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi ripetitivi e indesiderati che irrompono nella mente, causando un'ansia intensa. Non si tratta di semplici preoccupazioni quotidiane, ma di contenuti percepiti come intrusivi, contrari ai propri valori e spesso vissuti con senso di colpa o vergogna.

I temi più comuni delle ossessioni nel DOC includono:

Le compulsioni, invece, sono i comportamenti (o atti mentali) che la persona si sente costretta a compiere per ridurre l'ansia causata dalle ossessioni o prevenire un evento temuto. Lavaggi eccessivi, controlli ripetuti, conteggi, ripetizioni o rituali mentali sono alcuni esempi frequenti.

Il sollievo fornito da questi gesti è solo temporaneo. L’ansia torna e il ciclo si riattiva, rendendo il disturbo ossessivo compulsivo un meccanismo cronico e debilitante se non trattato adeguatamente.

Come si riconosce il DOC

Non basta avere qualche rituale per parlare di DOC. Secondo i criteri diagnostici, il disturbo viene identificato quando le ossessioni e/o le compulsioni:

Un aspetto centrale è il livello di consapevolezza (insight). Alcune persone con DOC riconoscono l’irrazionalità dei propri pensieri e comportamenti, altre li vivono come giustificati e necessari. In entrambi i casi, la sofferenza resta intensa.

Il disturbo ossessivo compulsivo (OCD) colpisce circa il 2-3% della popolazione mondiale. Può manifestarsi fin dall'infanzia o insorgere in adolescenza, e spesso tende a cronicizzarsi se non trattato in modo adeguato.

Come si cura il disturbo ossessivo compulsivo

La buona notizia è che il DOC si può affrontare con successo. Ecco le terapie e gli interventi più efficaci secondo le attuali evidenze cliniche:

Riabitare la propria mente

Vivere con il DOC può dare l’impressione di abitare in una casa dove scatta un allarme ogni secondo. È logorante, ma non inevitabile. Le terapie moderne per il disturbo ossessivo compulsivo hanno rivoluzionato le possibilità di trattamento, offrendo percorsi personalizzati, efficaci e duraturi.

Rivolgersi a uno psicoterapeuta specializzato è il primo passo per interrompere il ciclo ossessione-compulsione e tornare a essere padroni della propria mente. Vivere senza DOC è possibile, e la qualità della vita può migliorare notevolmente.

Bibliografia

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Sei a letto, il buio è ormai familiare, ma il sonno non arriva. Ti rigiri, conti i minuti, ma il riposo sembra irraggiungibile.

Hai cambiato posizione più volte, ma nulla da fare. Oppure ti sei svegliato nel cuore della notte, senza un motivo preciso, e la mente ha iniziato a correre: pensieri, preoccupazioni, frasi dette e non dette.

O magari hai aperto gli occhi troppo presto, quando fuori è ancora buio, con quella sensazione di stanchezza che arriva prima ancora che la giornata incominci.

All’inizio ti dici che capita a tutti. Una notte storta, un periodo stressante. Poi però le notti aumentano e il letto smette di essere un luogo di riposo, trasformandosi in uno spazio di allerta. Inizi a temere l’ora di andare a dormire, a chiederti quanto dormirai, o se dormirai, quella notte.
È qui che nasce una domanda insistente: “sto solo dormendo male o c’è qualcosa di più?”

Dormire male o soffrire di insonnia?

Dormire male ogni tanto è normale e fa parte della vita: stress, preoccupazioni o cambiamenti possono influenzare il sonno senza indicare un vero disturbo del sonno.

Si parla di insonnia cronica quando le difficoltà notturne iniziano a pesare anche di giorno, con stanchezza persistente, irritabilità, difficoltà di concentrazione o calo dell’umore.

In altre parole, non conta solo quanto dormi, ma come stai quando sei sveglio.

Secondo l’International Classification of Sleep Disorders (ICSD-3), l’insonnia è cronica quando le difficoltà nel sonno si presentano:

È questa combinazione di frequenza, durata e conseguenze a fare la differenza.

La diagnosi di insonnia diventa rilevante soprattutto quando è persistente ed è il problema principale per cui una persona sente il bisogno di chiedere aiuto.

Perché più ci provi, meno dormi

Spesso ci si chiede: “perché continuo a dormire male anche adesso che lo stress iniziale è passato?”
La risposta sta nel modo in cui l’insonnia si costruisce e soprattutto si mantiene nel tempo. Il modello delle “3P” aiuta a capirlo:

A questo si aggiunge l’iperattivazione: il corpo è a letto, ma la mente resta in allerta. Pensieri, preoccupazioni e paura di non dormire alimentano un circolo vizioso in cui più si cerca il sonno, più questo sembra allontanarsi.

Come stare meglio: i trattamenti che funzionano

Per risolvere l’insonnia cronica in modo stabile bisogna cambiare il modo in cui ci si relaziona al sonno. Le linee guida europee indicano la Terapia Cognitivo-Comportamentale per l’Insonnia (CBT-I) come trattamento di prima scelta. È un approccio strutturato che integra interventi diversi, pensati per lavorare in modo sinergico sulle difficoltà del sonno.

Il primo passo è la psicoeducazione, che aiuta a capire come funziona il sonno e a riconoscere quali abitudini lo favoriscono e quali, invece, rischiano di mantenerne le difficoltà. Le tecniche di rilassamento permettono di ridurre la tensione fisica e mentale che spesso accompagna l’insonnia, creando le condizioni perché il sonno possa arrivare con maggiore naturalezza.

Un elemento centrale è il controllo degli stimoli, pensato per ricostruire l’associazione tra letto e sonno attraverso comportamenti semplici ma mirati, come alzarsi dal letto quando il sonno tarda ad arrivare, evitando di restare svegli a lottare con i pensieri. La restrizione del sonno, spesso fraintesa, non è una privazione fine a se stessa: riducendo il tempo trascorso a letto, si riallinea il ritmo sonno-veglia con il sonno realmente ottenuto, rendendolo più continuo e ristoratore.

Infine, la terapia cognitiva accompagna la persona nel riconoscere e modificare pensieri rigidi legati al sonno, che tendono ad alimentare il problema.

L’obiettivo non è ottenere notti perfette, ma spezzare il circolo vizioso dell’insonnia che mantiene il problema nel tempo.

In questo caso i farmaci possono dare un aiuto limitato, in quanto sono utili solo nel breve periodo. Il loro utilizzo prolungato infatti non è raccomandato nei disturbi del sonno cronici.

Molti altri rimedi diffusi, come l’assunzione di melatonina, prodotti fitoterapici, agopuntura, omeopatia o yoga, sono risultati di scarsa efficacia nel trattamento dell’insonnia cronica.

La terapia della luce e l’esercizio fisico invece sono utili come supporto ad altri trattamenti, ma non rappresentano da soli una cura risolutiva per l’insonnia.

Smettere di lottare contro l’insonnia

Dormire non è una capacità da imparare, ma una funzione da lasciar lavorare. Lasciare andare il controllo è spesso il primo passo verso un sonno più naturale.

E se da soli non ci si riesce, chiedere aiuto a un professionista del sonno è già parte della soluzione.

Bibliografia:

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Ogni anno, con l’avvicinarsi di dicembre, veniamo bombardati dall'immagine di una felicità natalizia che quasi si impone su di noi.
Ma cosa succede per chi, dietro a quelle musiche allegre e alle tradizioni ripetute, nasconde emozioni più simili a fatica e solitudine?

Per moltissimi, le feste non sono una tregua, ma un campo di battaglia emotivo. Spesso questa stanchezza non finisce con gli avanzi del pranzo di Santo Stefano; anzi, si insinua e si intensifica proprio quando tutti brindano all’anno nuovo, dando vita a un fenomeno che ha un nome preciso: Sindrome Post-Festiva.


Perché questa maratona emotiva si trasforma in un crollo a gennaio? E come riconoscere i segnali di allarme?

La pressione economica

In un periodo in cui l’aumento delle spese sembra essere scontato tra regali, cene e viaggi, chi vive una situazione finanziaria fragile può sentire un peso crescente.

La fatica nel potersi permettere regali per la famiglia e gli amici può generare un forte stress.
Il problema non riguarda solo il denaro in sé, ma soprattutto le aspettative implicite: la sensazione di “dover” essere generosi anche quando non è possibile, o di non riuscire a offrire quanto ci si aspetta. Ciò provoca senso di inadeguatezza e tristezza, spesso aggravando una vulnerabilità emotiva già presente.

Relazioni familiari complesse e convivenze forzate

Le feste sono cariche di simboli legati alla famiglia. Tuttavia, quando i rapporti sono conflittuali, la vicinanza tipica di questo periodo non porta conforto: diventa invece un terreno fertile per litigi e sensazione di disagio.
Le riunioni familiari possono riattivare vecchi conflitti, amplificare distanze emotive o obbligare a un contatto che non si sente sicuro. In questi casi, l’idea stessa di “stare insieme” può trasformarsi in una fonte di ansia e stanchezza emotiva.

Il bilancio dell’anno

Le festività coincidono con un momento di passaggio che invita naturalmente alla riflessione. Non sempre, però, guardare indietro è semplice.
L’idea di non aver raggiunto traguardi importanti, o di non aver rispettato le proprie aspettative, può generare delusione e rimpianto. In contrasto con l’atmosfera festosa e celebrativa che circonda questo periodo, queste sensazioni possono diventare più intense e difficili da ignorare.

Capodanno: il “crollo” dopo l’effetto protettivo del Natale

Il primo giorno dell’anno rappresenta socialmente un simbolo di rinascita e speranza. Questa narrazione collettiva, però, può trasformarsi in un potente fattore di disagio.
Per chi si trova in una condizione di vulnerabilità emotiva, l’ottimismo generale amplifica il divario con il proprio mondo interno.

Proprio per questo, in molti paesi, il 1° gennaio è identificato come un “punto critico” per quanto riguarda i suicidi.

La fine dell’effetto protettivo del Natale lascia spazio all’impatto crudo delle difficoltà personali, messe a confronto con un ambiente che celebra solo leggerezza e possibilità.

Una lettura più realistica delle feste

La tristezza natalizia non è una semplice momentanea malinconia, è il risultato dell’incontro tra pressioni concrete (economiche, familiari, quotidiane) e dinamiche psicologiche molto profonde: come la stanchezza accumulata, il senso di mancanza, la valutazione dell’anno trascorso o le aspettative sul futuro.

Comprendere questi meccanismi permette di guardare alle feste con maggiore lucidità e sensibilità, sia verso se stessi sia verso gli altri.
Dare spazio anche alle emozioni più difficili, invece di nasconderle, è un primo passo per attraversare questo periodo in modo più autentico e meno doloroso.

Bibliografia

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Luci scintillanti, profumo di cannella, il countdown per i regali… dicembre porta con sé  il ciclone delle feste: i cenoni in famiglia, l'albero addobbato, le interminabili partite a tombola.

È innegabile come, per molte persone, il periodo natalizio sia un vero e proprio booster per l'umore; e non c’è da sorprendersi: molti studi confermano che durante le feste sperimentiamo un’impennata di emozioni positive.
Ma cosa scatta davvero nella nostra mente?

I rituali natalizi ci fanno stare bene

Il Natale è un concentrato di rituali: apparecchiare la tavola in un certo modo, preparare le ricette di famiglia, riunirsi ai pranzi festivi, scartare i regali tutti insieme.

Questi gesti non sono semplici abitudini: sono atti simbolici, ripetitivi e condivisi che regolano le emozioni, generano sicurezza e rafforzano la nostra identità sociale.

Le ricerche mostrano che partecipare ai rituali familiari è associato a maggiore soddisfazione di vita, più emozioni positive, un senso di appartenenza più forte e meno solitudine.

Non è un caso: il periodo natalizio è tradizionalmente un momento di unione, che porta molte persone a trascorrere più tempo con chi amano. E la scienza conferma che la felicità cresce quando ci sentiamo vicini agli altri, condividiamo piccoli momenti o offriamo il nostro aiuto.

Ritornare alla spiritualità

Il Natale affonda le sue radici nella dimensione spirituale. Si tratta di un forte predittore di benessere: le ricerche mostrano che chi coltiva questo lato di sé attraverso celebrazioni, meditazione o semplici momenti di riflessione, riporta maggiore soddisfazione e meno emozioni negative.

Le persone più anziane, spesso più orientate a valori interiori che al consumismo, tendono infatti a vivere una felicità natalizia più intensa.

Dare significato alle feste, più che inseguire aspetti materiali, aumenta profondamente il benessere.

Un’atmosfera che ci fa sentire al sicuro

Il Natale è un’esperienza multisensoriale, fatta di luci calde, profumi di pino e cannella, melodie che conosciamo da sempre. Questa combinazione crea una sensorialità condivisa e prevedibile, in cui tutto, dal suono all’odore, fino all’atmosfera visiva, comunicano la stessa cosa: sicurezza.

La psicologia ambientale mostra che quando odori, suoni e immagini sono coerenti tra loro, il cervello interpreta l’ambiente in modo più fluido. Questo riduce lo stress, amplifica le emozioni positive e rende lo spazio intorno a noi più armonioso.

È per questo che, a Natale, ciò che ascoltiamo, annusiamo e vediamo ci mette subito “nel mood”: le melodie familiari, anche senza bisogno di cantarle insieme, regolano le emozioni come farebbero rituali ben rodati. Rassicurano, evocano ricordi, favoriscono connessione e creano un clima emotivo caldo e condiviso.

In altre parole, la magia non sta nel singolo suono o profumo, ma nel fatto che tutti i sensi vanno nella stessa direzione.

La felicità natalizia la costruiamo noi


Questo periodo ci ricorda che la felicità non è un evento straordinario, ma un insieme di gesti quotidiani che danno ritmo, presenza e significato alla nostra vita.

E forse vale la pena ricordarci che possiamo essere di umore migliore non solo a Natale, ma ogni volta che ritroviamo connessione, ritualità e calore al nostro mondo emotivo.

Bibliografia:

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Un investigatore della mente, un confessore che non giudica o semplicemente un buon ascoltatore? La figura dello psicologo è spesso avvolta da un alone di affascinante mistero che alimenta diffidenza e infinite domande. Tra film e vecchi stereotipi, è facile perdere di vista la realtà: cosa fa davvero questo professionista per aiutarti a stare meglio?
Districarsi tra miti e verità è il primo passo per capire quando la psicoterapia non è un lusso, ma il tuo prossimo, fondamentale, strumento di crescita.

Il peso del pregiudizio in psicologia

Sebbene negli ultimi anni siano stati fatti passi avanti importanti in termini di accettazione e sdoganamento della figura dello psicologo, il pregiudizio continua a rappresentare una delle principali barriere all’accesso ai servizi psicologici.

Infatti, ancora oggi molte persone che attraversano un disagio o un momento di difficoltà esitano a rivolgersi a uno psicologo per paura dello stigma o per semplice disinformazione.

Cercare supporto psicologico viene tuttora interpretato, da alcuni, come un segno di malattia mentale, generando timore di essere giudicati o etichettati.

Inoltre, non cogliendo fino in fondo il valore di un percorso psicologico, molte persone si affidano a figure ritenute socialmente più accettabili, come il medico di famiglia, percepito come competente e autorevole, o il ministro di culto, visto come più accogliente.

In questo scenario, diventa essenziale fare chiarezza sul ruolo dello psicologo e smantellare i pregiudizi che ritardano l’accesso a un aiuto professionale spesso necessario.

Cosa fa, dunque, lo psicologo?

Quando si pensa allo psicologo si immagina spesso una persona che ascolta in silenzio, annuisce e prende appunti. In realtà, dietro quel lavoro c’è molto di più.
La psicologia è una disciplina basata su metodi scientifici, e lo psicologo opera con strumenti e competenze che vanno ben oltre l’intuizione o la semplice empatia.

Nel suo lavoro due aspetti sono fondamentali: capire e intervenire.

CAPIRE

    Capire significa andare oltre il semplice colloquio e costruire una fotografia della persona nella sua complessità. Lo psicologo non si accontenta delle parole: osserva il comportamento, esplora la storia personale e utilizza strumenti che gli permettono di cogliere aspetti del funzionamento psicologico altrimenti invisibili.

    È come se assemblasse pezzo dopo pezzo un puzzle complesso, costruendo una comprensione il più possibile precisa del mondo interno della persona.

    Si tratta però di una conoscenza che si approfondisce nel tempo, lungo un percorso condiviso, e senza la pretesa di cogliere fino in fondo ogni sfumatura dell’essere umano, cosa che, semplicemente, non è possibile.

    INTERVENIRE

    Una volta definito il punto di partenza, lo psicologo accompagna la persona in un processo di cambiamento. Questo intervento può assumere molte forme: prevenzione, diagnosi, sostegno psicologico, potenziamento di abilità, riduzione dei sintomi o promozione del benessere.
    L’obiettivo non è solo alleviare una sofferenza, ma favorire un equilibrio più stabile e un funzionamento più armonico nel tempo.

    Può trattarsi, per esempio, di aiutare un adulto a gestire l’ansia prima di una presentazione importante o supportare una coppia nel migliorare la comunicazione.

    In ogni caso, il suo intervento si basa su metodi scientificamente validati e su una relazione di fiducia, in cui la persona è protagonista del proprio percorso.

    E cosa NON fa lo psicologo?

    Lo psicologo non risolve i problemi al posto tuo né prende decisioni nella tua vita.

    Non dispensa consigli facili da manuale o frasi motivazionali pronte all’uso.

    Non giudica, non etichetta, e (contrariamente a quanto molti credono) non “legge nella mente”.
    Il suo lavoro non consiste in “fare due chiacchiere” né si limita ad ascoltare: è un processo guidato, intenzionale, pensato per aiutarti a capire meglio come funziona la tua mente e come puoi funzionare meglio tu.

    Conclusione

    Lo psicologo è un professionista formato per aiutarti.
    Può offrirti una comprensione più chiara di ciò che stai vivendo, sostenerti nell’affrontare le difficoltà e accompagnarti in un percorso efficace e personalizzato, mettendo a disposizione uno spazio sicuro dove poter guardare alle tue esperienze con occhi nuovi.

    Non serve avere una malattia mentale né aspettare che la sofferenza diventi insostenibile per chiedere supporto: anche nei momenti di apparente stabilità, lo psicologo può essere un alleato prezioso per coltivare equilibrio, consapevolezza e benessere duraturo.

    BIBLIOGRAFIA:

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