
Caterina e Marco sono seduti in un bar e dall’esterno sembrano la coppia perfetta.
Ad un certo punto il telefono di Caterina vibra. Marco sorride all’inizio, ma i suoi occhi si fanno improvvisamente seri: “Chi è a quest’ora? Fammi vedere”.
Caterina prova a scherzare, minimizza, però sente una stretta allo stomaco, una sensazione difficile da spiegare.
Spesso la violenza di genere comincia così. Non con un urlo o con uno schiaffo, ma con piccoli segnali che vengono scambiati per gelosia o per amore. Si insinua nella quotidianità, tra le mura di casa, proprio nei luoghi dove dovremmo sentirci più al sicuro.
Parlarne è fondamentale, perché riconoscere la violenza domestica e relazionale è il primo passo per interrompere una trama che, se ignorata, può diventare pericolosa.
Quando si parla di violenza di genere, si intende qualsiasi forma di violenza o abuso messa in atto contro una persona a causa della sua identità o espressione di genere, oppure che colpisce in modo sproporzionato un determinato genere.
Anche se la definizione include chiunque, è importante sottolineare che sono soprattutto le donne a esserne vittime. Le ricerche mostrano infatti che la maggior parte degli abusi, in particolare quelli che avvengono all’interno delle relazioni affettive, vede gli uomini come autori e le donne come vittime.
Non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno riconosciuto come una delle violazioni dei diritti umani più diffuse nel mondo. Alla base c’è una storica disuguaglianza di potere tra uomini e donne: la violenza diventa così uno strumento per esercitare controllo, causare sofferenza fisica e psicologica e mantenere una posizione di dominio.
Spesso alla base troviamo norme sociali rigide e una visione della mascolinità legata al dominio e al possesso. La relazione smette così di essere uno spazio di condivisione e si trasforma in un clima di paura.
La violenza di genere non lascia solo segni visibili. È un trauma che coinvolge profondamente salute fisica e salute mentale.
Dal punto di vista psicologico, molte vittime sviluppano depressione, ansia, pensieri suicidari e disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Nei casi di traumi prolungati può comparire un PTSD complesso (C-PTSD), caratterizzato da impotenza persistente, percezione di sé compromessa e disperazione.
Il corpo e la mente restano in modalità sopravvivenza, come se il pericolo fosse sempre presente. Studi di neuroimaging mostrano alterazioni in aree cerebrali coinvolte nella gestione della paura e delle emozioni, come amigdala e corteccia prefrontale.
Dal punto di vista fisico, oltre alle lesioni immediate, aumentano i rischi di dolore cronico, infezioni sessualmente trasmissibili, gravidanze indesiderate e complicazioni in gravidanza.
La violenza di genere, quindi, non è solo un problema relazionale: è una questione di salute pubblica che coinvolge corpo, mente e qualità della vita.
Guarire dalla violenza di genere è come tessere un nuovo arazzo. Il trauma lascia segni profondi, ma con il supporto adeguato è possibile sciogliere i nodi e costruire un’esistenza basata su rispetto, libertà e sicurezza.
Un futuro libero dalla paura non è un privilegio: è un diritto. Chiedere aiuto è il primo passo per riprendersi la propria voce.
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