
Se a una cena tra amici qualcuno accusa un forte mal di testa, probabilmente tirerà fuori dalla borsa dell’ibuprofene, lo assumerà e la conversazione continuerà come se nulla fosse. È un gesto semplice, quasi invisibile.
Se invece la stessa persona, seduta a quel tavolo, sente l’ansia salire, il cuore accelerare, e dalla borsa estrae un flaconcino di gocce o una compressa di ansiolitico come lo Xanax, la scena cambia. Molto probabilmente si alzerà, cercherà il bagno, proverà a farlo senza attirare attenzione, per evitare sguardi curiosi o commenti fuori luogo.
Perché esiste questa differenza? Sono entrambi farmaci per stare meglio. Ma se quelli per il corpo sono neutri, quelli per la mente - gli psicofarmaci - portano con sé pregiudizi e paure. Questo carico ha un nome preciso: stigma sulla salute mentale.
Per secoli il disagio mentale è stato interpretato in chiave morale o spirituale. Solo nel secondo dopoguerra la psichiatria ha iniziato a trasformarsi profondamente, anche a causa dell’elevato numero di reduci con sofferenze psichiche.
Negli anni '50 furono introdotti i primi psicofarmaci, inizialmente chiamati “tranquillanti” o “energizzanti”. Con il tempo vennero classificati in base alla funzione: antipsicotici, ansiolitici e antidepressivi. Si diffuse l’idea dello squilibrio chimico cerebrale e il farmaco venne proposto come regolatore della biochimica del cervello.
Questa innovazione rappresentò una svolta nella cura dei disturbi mentali, ma portò con sé un’etichetta: quella di “paziente psichiatrico”. Ancora oggi, nonostante l’uso diffuso di terapie farmacologiche per ansia, depressione e altri disturbi, parlarne resta un tabù, alimentato da immagini mediatiche distorte di persone “imbottite di farmaci”.
Assumere una terapia farmacologica per la salute mentale significa darsi la possibilità di migliorare il proprio funzionamento quotidiano e ridurre sintomi che rendono la vita estremamente faticosa.
Molte persone riferiscono maggiore lucidità, umore più stabile, riduzione di pensieri intrusivi o impulsività. Nei momenti acuti, un trattamento con antidepressivi o ansiolitici può fare la differenza tra sentirsi sopraffatti e riuscire a mantenere un equilibrio.
I benefici si riflettono nello studio, nel lavoro e nelle relazioni: migliorano le prestazioni, si riduce l’assenteismo e si recupera la capacità di stare con gli altri e provare piacere. Inoltre, le nuove generazioni di psicofarmaci sono generalmente più sicure e meglio tollerate rispetto al passato.
Se i benefici sono così evidenti, perché iniziare o proseguire una terapia non è sempre una scelta automatica? Tra il sapere che un farmaco può aiutare e il decidere di assumerlo si inserisce qualcosa di molto potente: lo stigma psichiatrico.
Lo stigma è un’etichetta negativa che riduce una persona a un solo aspetto della sua identità. Nel caso dei disturbi mentali, questa etichetta assume spesso una connotazione morale: debolezza, imprevedibilità, pericolosità.
Il problema più insidioso è l’auto-stigmatizzazione. Quando i pregiudizi vengono interiorizzati, influenzano pensieri e decisioni. Chi interiorizza lo stigma tende ad avere minore fiducia nel miglioramento, livelli più elevati di depressione, autostima più bassa e maggiore isolamento.
Il timore del giudizio può portare a rimandare le cure, interrompere la terapia farmacologica senza consultare il medico e vivere la propria condizione nel segreto. Così lo stigma diventa una gabbia che ostacola la guarigione.
Lo stigma sugli psicofarmaci può essere modificato, ma richiede un lavoro su tre livelli: individuale, relazionale e sociale.
Psicoeducazione e psicoterapia aiutano a comprendere il funzionamento dei farmaci e a ridurre la sensazione di diversità. Essere coinvolti nelle decisioni terapeutiche aumenta il senso di controllo e riduce la percezione di imposizione.
Un ambiente familiare e sociale informato rappresenta un importante fattore protettivo. Il confronto con persone che vivono esperienze simili riduce l’isolamento e favorisce empatia.
È fondamentale promuovere un’informazione chiara su cosa siano i disturbi mentali e su come funzionino gli psicofarmaci, superando l’associazione automatica tra terapia psichiatrica e “pazzia”.
Lo stigma si nutre di ignoranza e semplificazioni. Quando una persona può assumere la propria terapia con la stessa naturalezza con cui prende un’aspirina, lo stigma perde potere.
La terapia farmacologica, quando indicata, non è una sconfitta ma uno strumento di supporto. Per molte persone rappresenta la base che rende possibile la psicoterapia, il reinserimento sociale e la ripresa dei propri ruoli di vita.
Curare la propria salute mentale, anche con i farmaci quando necessari, è un atto di responsabilità verso se stessi e un passo concreto verso una vita più libera.
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