G.A.P - Giulia Amandolesi psicologa

La terapia non è solo una poltrona e un’ora a settimana. È molto di più: un luogo invisibile che ti accompagna anche quando esci dallo studio, un contenitore che dà forma e sicurezza alla tua esperienza interiore. Il setting è la struttura silenziosa che rende possibile il cambiamento: fatto di regole, costanza e continuità, ma soprattutto della presenza viva del tuo terapeuta, che custodisce quello spazio insieme a te.

Non solo una stanza

Il setting è l’insieme degli elementi e delle “regole” che forniscono un binario al percorso terapeutico: l’orario stabile, la durata della seduta, la frequenza degli incontri. Sono elementi che, visti dall’esterno, potrebbero sembrare dettagli organizzativi. In realtà sono aspetti fondamentali perché permettono di ridurre l’incertezza e di sapere che quello spazio ti aspetterà sempre, a prescindere da come ti senti.

Ogni terapeuta gestisce il setting con il proprio stile e secondo la propria formazione, ma tutti condividono l’idea che senza una cornice chiara la terapia non potrebbe funzionare. Le regole, in questo senso, non sono rigide barriere, ma piuttosto il telaio che rende possibile tessere una relazione di fiducia.

Uno spazio che ti contiene

In terapia non entri solo in una stanza, ma in uno spazio mentale che il terapeuta costruisce e custodisce per te. Non è qualcosa che resta confinato tra quattro mura: ciò che racconti continua a vivere nella mente del terapeuta, che porta con sé la tua storia anche oltre la seduta. Per questo, il setting non scompare se ti colleghi da casa o parli al telefono: rimane lo stesso spazio sicuro, con le stesse regole e la stessa continuità. Ecco perché possiamo immaginarlo come una casa mobile: si adatta e ti raggiunge ovunque tu sia, ma resta sempre riconoscibile perché a renderlo stabile non sono le pareti, bensì la presenza costante del tuo terapeuta.

Essere presenti anche quando non ci sei

Uno degli aspetti più preziosi della terapia è la sensazione che il terapeuta ti tenga a mente anche quando non sei lì. Significa sapere che quella relazione non si spegne allo scadere del tempo concordato, ma rimane viva dentro la mente di chi ti accompagna.

Il terapeuta ricorda ciò che gli hai raccontato, porta con sé i frammenti della tua esperienza e li tiene talvolta presenti anche nella propria vita quotidiana. Questa continuità invisibile risponde a un bisogno profondo: sentirsi ricordati e tenuti a mente. È anche da qui che nasce la fiducia, il sentirsi meno soli e la possibilità di affidarsi.

Conclusione

Può capitare che alcune regole del setting sembrino strane o poco intuitive: la durata precisa della seduta, la puntualità, il pagamento anche in caso di assenza. A volte possono persino sembrare rigide. In realtà, non sono formalità vuote: sono parte di una cornice pensata per proteggere la relazione e renderla affidabile. È grazie a queste regole che lo spazio terapeutico rimane solido e sicuro, anche nei momenti in cui tutto il resto sembra instabile.

FONTI

Forse ultimamente ti sei chiesto cosa non vada, anche se non sai darti una risposta chiara.

Magari hai pensato alla possibilità di iniziare una terapia, ma ti blocchi davanti a mille dubbi: da dove comincio? Mi servirà davvero?

La verità è che non servono crisi enormi per chiedere aiuto. Iniziare un percorso terapeutico può essere una scelta potente anche solo per conoscersi meglio, sentirsi più centrati o affrontare quelle piccole fatiche quotidiane che spesso ignoriamo ma ci pesano.

È normale avere domande - ed è proprio da lì che si comincia.

Cos’è davvero la terapia?

Iniziare una terapia non significa necessariamente avere un grande problema da risolvere. È uno spazio sicuro, tutto tuo, dove puoi parlare liberamente di ciò che provi, senza giudizi, con il supporto di un professionista.

È un’occasione per ascoltarti, capire meglio le tue emozioni e i tuoi comportamenti, e trovare nuovi strumenti per affrontare la vita con più serenità.

Certo, non sempre è facile. A volte può essere faticoso perché ti trovi a dare voce, forse per la prima volta, a parti di te che fanno male. Alcuni momenti possono toccare nervi scoperti, ma è proprio in questo processo che inizia il cambiamento.

E spesso accade anche il contrario: già dalle prime sedute molte persone raccontano di sentirsi meglio, semplicemente perché iniziano a prendersi cura di sé in modo attivo.

Uno degli obiettivi della terapia è proprio questo: un cambiamento verso lo stare meglio. E anche se all’inizio può essere scomodo, il benessere che si costruisce nel tempo ripaga ogni passo.

Come funziona la terapia con noi?

Consigli utili se stai pensando di iniziare una terapia dallo psicologo psicoterapeuta

Se l’idea della terapia ti è passata anche solo una volta per la testa, forse vale la pena ascoltarla.

Non serve che tutto sia chiaro o perfetto: a volte il primo passo arriva proprio così, un po’ incerto, ma necessario.

Concederti questo spazio può cambiare più di quanto immagini. E sì, potresti sorprenderti di quanto ti farà bene.

Bibliografia

Capita spesso di scambiare la calma con tristezza o vuoto, proprio perché siamo abituati a restare in uno stato costante di allerta.

Viviamo in una società che ci abitua a essere in movimento, sempre impegnati e stimolati. Fermarsi, a volte, può sembrare strano o addirittura sbagliato.

Riscoprire la calma non è sempre facile, ma è fondamentale per la salute fisica ed emotiva.

Cos'è la sovrastimolazione e come ci influenza?

La sovrastimolazione avviene quando il sistema nervoso resta costantemente attivato, pronto a rispondere agli stimoli come se fossero emergenze continue. Se viviamo così a lungo, corpo e mente si abituano a essere sempre in allarme, rendendo difficile distinguere tra una minaccia reale e una preoccupazione interna. Quando finalmente cerchiamo di rilassarci proviamo disagio o inquietudine, perché il cervello ha imparato a interpretare la calma come insolita o improduttiva.

La sovrastimolazione può derivare dall’uso continuo di dispositivi digitali, ritmi lavorativi intensi e responsabilità familiari pressanti. In queste condizioni, il sistema nervoso simpatico (che ci prepara alle emergenze) è continuamente attivato, mentre il sistema parasimpatico (che gestisce il rilassamento) fatica ad attivarsi, mantenendo il corpo in costante tensione.

Perché confondiamo la calma con la tristezza?

Dopo periodi intensi, in cui la mente è abituata a correre senza sosta tra impegni, stimoli e richieste continue, rallentare può generare una sensazione spiacevole.

Il silenzio sembra pesante, la calma assomiglia al vuoto, e spesso la interpretiamo come noia o tristezza.

Ma non è tristezza. È il sistema nervoso che sta cambiando ritmo.
Quando siamo sotto stress, il cervello si abitua a funzionare in modalità attacco-fuga, rilasciando ormoni come adrenalina e cortisolo. In quel ritmo accelerato ci sentiamo “vivi”, anche se stanchi.

Quando finalmente ci fermiamo, quella scarica costante si interrompe.

E ciò che sentiamo, in realtà, è il corpo che prova a tornare in uno stato di regolazione.

La calma è uno stato fisiologico di sicurezza e recupero, fondamentale per il benessere emotivo e fisico. Il problema non è la quiete, ma quanto siamo disabituati a tollerarla.

Riabituarsi richiede tempo, ma ne vale la pena: è proprio lì, nella calma autentica, che iniziamo davvero a sentirci meglio.

Come imparare davvero a rilassarsi senza sensi di colpa:

Imparare a riconoscere la calma per quello che è - uno spazio sicuro, rigenerante, pieno - è un atto di maturità emotiva.
Non sei triste solo perché ti fermi. Non sei vuoto solo perché c’è silenzio. Sei, semplicemente, in contatto con una parte di te che spesso trascuri: quella che non corre, non produce, non dimostra nulla.
Concederti momenti di quiete è un modo per riequilibrare il sistema, per ascoltarti davvero, per ricordare che non sei fatto solo di stimoli e movimento.

La calma non è una mancanza da riempire. È una risorsa da coltivare.

Bibliografia

La sessualità è ovunque: ne parlano i media, i social, persino le pubblicità. Ma nonostante tutta questa esposizione, alcune esperienze restano nell’ombra. Una di queste, poco compresa e spesso ridotta a stereotipo, è l’asessualità.
Essere asessuali vuol dire non provare attrazione sessuale verso altre persone, un concetto che ancora oggi può risultare poco chiaro e generare incomprensioni.

È fondamentale sottolineare subito che non provare attrazione sessuale non significa non provare affetto, emozioni o il desiderio di stabilire legami affettivi o romantici profondi con gli altri. L'asessualità è infatti considerata un orientamento sessuale a tutti gli effetti, caratterizzato dall'assenza di attrazione sessuale, e può manifestarsi in diversi gradi e modalità, dalle esperienze totalmente prive di attrazione a quelle caratterizzate da un interesse molto limitato o condizionato.

Cosa significa essere asessuali?

L’asessualità è un termine ombrello che include l'esperienza di molte persone diverse.

Alcune non provano attrazione sessuale in nessun contesto, mentre altre possono sperimentarla in circostanze specifiche o con determinate persone - è il caso, ad esempio, delle persone demisessuali, che provano attrazione sessuale solo quando si instaura un forte legame emotivo. Altre ancora si identificano come gray-asessuali (o grigi-asessuali), perché vivono l’attrazione in modo raro o incostante.

In altre parole, le persone asessuali non hanno tutte ugualmente un disinteresse totale per il sesso. Infatti, in alcuni casi possono scegliere di avere rapporti per piacere, per curiosità o per rafforzare l’intimità con il partner; in altri, invece, preferiscono evitarli del tutto. L’asessualità non definisce ciò che si fa, ma ciò che si prova o, meglio, ciò che non si prova. Inoltre, tra le persone asessuali ci sono anche preferenze diverse rispetto alle relazioni sentimentali: alcune si innamorano e desiderano relazioni romantiche, altre non provano attrazione romantica ma costruiscono comunque relazioni significative, basate sull’affetto, la complicità e la cura reciproca.

Gli effetti psicologici dell’invisibilità

Nonostante l’asessualità sia un orientamento sessuale a tutti gli effetti, spesso non viene riconosciuta o discussa con apertura - nemmeno all’interno delle stesse comunità LGBTQ+. Questa invisibilità può far sentire chi si identifica come asessuale escluso, non rappresentato, o addirittura “sbagliato”.

In un contesto culturale in cui la sessualità è vista come un indicatore di salute, maturità o desiderabilità, non provare attrazione in tal senso viene talvolta percepito come un’anomalia da correggere.

Molte persone asessuali si sono sentite dire che “è solo una fase”, che “devono ancora trovare la persona giusta” o che hanno semplicemente un blocco psicologico da risolvere. Questo atteggiamento contribuisce a una vera e propria patologizzazione dell’asessualità, che viene letta come un sintomo di trauma, depressione o repressione. Non è raro che queste persone si sentano spinte a cambiare, a sottoporsi a terapie non richieste o a forzarsi in relazioni e comportamenti che non rispecchiano il proprio sentire autentico.

Queste pressioni sociali, spesso accompagnate da un senso di inadeguatezza o di solitudine, possono avere un impatto significativo sul benessere psicologico.
Riconoscere e validare l’asessualità come esperienza autentica - non come mancanza o difetto - è fondamentale non solo per chi la vive, ma anche per costruire una società più inclusiva, capace di accogliere la diversità dei modi in cui si può vivere l’affettività, il desiderio e le relazioni.

Cosa puoi fare se ti riconosci nell’asessualità?

Se ti riconosci in questa descrizione e stai cercando qualche consiglio per iniziare il tuo percorso, prova a considerare questi suggerimenti:

Bibliografia

La psicoterapia è più un punto di partenza che un obiettivo. Spesso ci viene in mente un pensiero semplice ma faticoso da accogliere: “Forse dovrei parlarne con qualcuno”. E subito dopo ci frena un altro pensiero: “Ma non sto poi così male”.

Di solito cerchiamo aiuto solo quando ci sentiamo persi, sopraffatti o stanchi. C’è l’idea che la psicoterapia sia solo per chi sta davvero male, come se dovessimo toccare il fondo per meritarci un po’ di ascolto. Ma non è così. Non serve essere perfetti o a pezzi per cominciare. Iniziare una psicoterapia è uno spazio in cui puoi presentarti per quello che sei, senza dover dimostrare nulla. È un luogo dove puoi fermarti, rallentare e ascoltarti, senza fretta e senza giudizi.

Non devi avere un problema “grave” per chiedere aiuto

Quando pensiamo a chi va in terapia, immaginiamo spesso persone con una diagnosi o in un momento difficile della vita. In realtà, molte persone vanno in terapia psicologica per affrontare piccoli blocchi, tensioni quotidiane o domande a cui non sanno rispondere.

Magari hanno una relazione che non funziona, stanno affrontando un cambiamento complicato o si sentono vuoti senza sapere il perché. Puoi iniziare un percorso terapeutico per sentirti meglio, per conoscerti di più o semplicemente per avere uno spazio solo tuo, che magari nella vita di tutti i giorni non hai.

La psicoterapia è anche un modo per prendersi cura della propria salute mentale prima che le cose diventino difficili.

Non devi sapere cosa dire

Una delle paure più comuni prima di iniziare è quella di non sapere da dove partire. Molti si chiedono: “E se non avessi niente da dire?” o “E se mi bloccassi?”. Anche il pensiero di non sapere cosa possa succedere a volte crea ansia.

Ma un colloquio con un terapeuta non è un esame e non ci si aspetta un racconto perfetto. Non serve avere un discorso chiaro o un elenco di problemi, perché si può iniziare dalla confusione, dal silenzio o da una sensazione indefinita. Anche il non sapere è un contenuto prezioso, ed è proprio questo che rende il percorso psicologico così profondo: la possibilità di esplorare, insieme, ciò che ad ora è senza nome.

Non è necessario avere tutto chiaro

Alcune persone iniziano con l’unica certezza di voler semplicemente sentirsi meglio, e questa da sola è una motivazione sufficiente. Gli obiettivi, se presenti, possono essere definiti insieme nel tempo. Potrebbero cambiare durante il percorso o rimanere in secondo piano. La terapia non richiede risposte immediate, ma piuttosto il desiderio di ascoltarsi, anche quando tutto sembra poco chiaro.

Non esiste un momento perfetto

Spesso rimandiamo l’inizio a “quando avrò più tempo,” “quando sarò più calmo,” o “quando capirò meglio cosa mi succede.” Spesso quel momento non arriva mai, se usiamo questi criteri. Ogni giorno può essere buono per iniziare una terapia psicologica: quando ti senti stanco, quando le relazioni sono pesanti, o quando hai bisogno di un po’ di spazio. A volte si tratta solo di piccole pressioni, la voglia di fermarti, o una domanda che ti frulla in testa. Anche questi segnali meritano attenzione.

Iniziare, già di per sé, è un atto di cambiamento

Non c’è bisogno di arrivare preparati, né di avere tutte le risposte o un motivo preciso. A volte, l’unico vero requisito per iniziare è sentire che qualcosa dentro di noi chiede attenzione. Iniziare un percorso terapeutico non è un’ammissione di debolezza, bensì un gesto di responsabilità verso il proprio benessere mentale. È dire: “Quello che sento merita ascolto”.

Significa riconoscersi il diritto di stare meglio, di capirsi, e di cambiare direzione se necessario. Puoi iniziare da dove sei, anche con i tuoi dubbi e la paura di non essere “abbastanza”. Ed è proprio da lì, partendo da quella verità imperfetta, che può nascere qualcosa di nuovo.

Prendersi cura di sé è il primo passo per stare meglio. Con se stessi, e con gli altri.

FONTI

American Psychological Association. (2023). Understanding psychotherapy and how it works. https://www.apa.org/helpcenter/understanding-psychotherapy

Gabbard, G. O. (2010). Psychodynamic psychiatry in clinical practice (5th ed.). American Psychiatric Publishing.

Linehan, M. M. (1993). Cognitive-behavioral treatment of borderline personality disorder. Guilford Press.

Norcross, J. C., & Wampold, B. E. (2011). Evidence-based therapy relationships: Research conclusions and clinical practices. Psychotherapy, 48(1), 98–102. https://doi.org/10.1037/a0022161

Rogers, C. R. (1957). The necessary and sufficient conditions of therapeutic personality change. Journal of Consulting Psychology, 21(2), 95–103.