
Siamo in piena estate. Si lavora meno, le città si svuotano, le agende si alleggeriscono. E, insieme a molte altre routine, anche la psicoterapia si prende una pausa.
Per chi non ha mai intrapreso un percorso psicologico potrebbe sembrare un dettaglio organizzativo banale: del resto, è previsto che ci si prenda una pausa estiva. Per chi invece quella seduta è diventata un appuntamento stabile, talvolta il punto fermo attorno a cui ruota il resto della settimana, l'interruzione può essere difficile da significare.
Si tratta di un vuoto che chiede di essere pensato.
Non esiste un modo "giusto" di vivere la pausa estiva. C'è chi la aspetta con serenità e chi la teme senza riuscire a spiegarsene il motivo. Spesso queste reazioni raccontano qualcosa della relazione terapeutica e, più in generale, del modo in cui ciascuno vive le separazioni.
Per alcune persone la sospensione delle sedute genera una sensazione di smarrimento: la terapia è diventata uno spazio dove ordinare pensieri, dare un nome ai vissuti, fermarsi. Quando questo spazio viene meno, si può avere l'impressione di perdere un appoggio. Non perché la terapia sia una "stampella" da cui dipendere, ma perché le routine emotive, proprio come quelle quotidiane, ci aiutano a mantenere un equilibrio.
Altri sperimentano invece un sentimento più scomodo: un leggero risentimento nei confronti del terapeuta. Razionalmente sappiamo che anche gli psicoterapeuti vanno in vacanza, eppure una parte di noi potrebbe viverlo come un allontanamento. In alcune persone questa pausa riattiva esperienze molto antiche: il timore di essere lasciati, dimenticati, messi da parte. Non significa che il terapeuta stia davvero abbandonando il paziente. Significa che una separazione concreta può risvegliare vissuti che hanno radici profonde.
C'è poi una terza possibilità, forse la più curiosa: non sentire quasi nulla. La pausa passa veloce, le vacanze riempiono le giornate, la terapia sembra lontana. Eppure, al rientro, qualcosa si fa sentire. Riprendere il filo richiede fatica e ci si accorge che quello spazio mancava più di quanto si fosse immaginato.
Tutte queste esperienze sono legittime. Nessuna rappresenta un segnale che "la terapia sta andando male", anzi, spesso diventano materiale prezioso da portare in seduta quando il percorso riprende.
Siamo abituati a pensare che la terapia funzioni soprattutto quando c'è continuità. Ed è vero: la costanza è importante, ma anche le pause hanno una loro specifica funzione. Ogni relazione significativa, infatti, è fatta sia di presenza sia di assenza: la psicoterapia non fa eccezione.
La pausa estiva introduce un confine, ricorda che il terapeuta è una persona reale, con tempi e limiti propri, e che la relazione terapeutica è proprio efficace perché esiste dentro una cornice definita.
Dal punto di vista psicologico, tollerare questa distanza significa anche fare esperienza del fatto che il legame può continuare a esistere anche quando non è continuamente alimentato dalla presenza fisica. È un piccolo esercizio di fiducia verso la relazione, ma anche verso le proprie risorse. La pausa offre inoltre un'occasione rara, che durante il ritmo delle sedute può mancare: osservare ciò che è cambiato. Senza l'appuntamento settimanale, alcune persone si accorgono di utilizzare spontaneamente strumenti costruiti in terapia; altre notano le situazioni in cui avrebbero desiderato parlarne. Entrambe le esperienze sono costruttive.
Anche nella letteratura psicodinamica la pausa estiva viene considerata qualcosa di più di una semplice sospensione, perché l'interruzione può riattivare temi come la perdita, l'esclusione, il limite e la separazione, offrendo l'opportunità di osservare come ciascuna persona reagisce quando una relazione significativa introduce una distanza inevitabile. Non è un ostacolo al percorso: è, a tutti gli effetti, parte del percorso stesso.
Forse è proprio questo il paradosso della pausa estiva: quello che all'inizio appare come un'assenza, a volte diventa uno spazio in cui il lavoro terapeutico continua in modo diverso. Certamente meno accompagnato, ma non per questo meno vivo.
E quando, a settembre, ci si ritrova nuovamente nello studio del proprio terapeuta, spesso non si riparte semplicemente da dove ci si era fermati. Si torna con qualcosa in più: qualche domanda nuova, qualche consapevolezza inattesa e, talvolta, la scoperta che anche l’assenza aveva qualcosa da raccontare.
Fonti
Wright, S. (2016). Boundary and analytic attitude: reflections on a summer holiday break. Journal of Analytical Psychology, 61(3), 274–288. https://doi.org/10.1111/1468-5922.12223